By Giulio Angioni

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E cucirle dietro. Costanza lo faceva sempre, e con soddisfazione generale, anche delle tortore, secondo lei. Benedette dal parroco le tortore finivano sulla tavola dell’arcivescovo, insieme al cesto e al pannolino ricamato, nuovo, pulito e inamidato. Eh sì, ma si sa che anche gli uccelli quando sono troppo spaventati se la fanno sotto. Così Costanza manteneva a digiuno per tre giorni le due tortorelle. Poi la mattina della festa, molto presto, con il filo di seta e l’ago piccolo, con tatto e maestria cuciva il culo delle tortore: il solo modo certo per salvare il panno ricamato.

Su di lei il tempo ha fatto bene il suo mestiere. Si vede nella foto ovale sulla tomba. E s’indovinano mammelle pendule come bisacce. 42 Poco facile al riso per dovere, grande matriarca non riuscita, qui riveste il viso di un severo broncio. Ma sfoggia ancora forza, mostra che tutto il pianto a lei non ha sfibrato il cuore, che però un giorno l’ha tradita all’improvviso. Si è seduta composta su una sedia, come in attesa di qualcuno che poi è arrivato per davvero, e non si è più rialzata. Ci sono ancora gli occhi ansiosi e caldi, pieni di una dolcezza tempestosa, in cima al lutto eterno dei sei figli morti di talassemia (mi restano le braccia troppo vuote, diceva a ogni morte di bambino), dei sette nati dal suo corpo.

Certi fantasiosi la dicevano amante di un bandito che per lei discendeva dai monti più lontani. Lei però non si dava a quelle confidenze in cui le donne cercano e danno in prestito l’ombra dell’amore. Se si prostituiva, lei non lo sapeva, dava ciò che aveva. Infatti poi, da vecchia, ha visto la Madonna in casa sua. E se era ladra, non era alla maniera delle donne ladre, tutte finte e frodi. Come la volta che a rubare si è infilata di notte nel pollaio di canonica, dicono i vecchi sotto il campanile, e si stava riempiendo un sacco di galline, ma quando ha preso il gallo s’è levata la voce di don Piso: No, il gallo no, lasciami il gallo, figlia mia, che il gallo è per la razza, dicono che ha pregato prete Piso, che nei suoi sermoni, giganteggiando in pulpito, rosso come la brace, infilzando i frauensi nello spiedo del suo sguardo, minacciava l’inferno per un pasto di grasso il venerdì.

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